Il polipo di TikTok

L’incapacità di esprimere a parole le emozioni ha portato, quasi per gioco, alla diffusione di un polipo peluche reversibile. Grazie a TikTok, l’animaletto dei sentimenti è diventato virale. Da un lato sorridente e felice, dall’altro arrabbiato e triste, è la nuova mascotte delle relazioni sentimentali dei più giovani, ma anche un simbolo per comunicare pubblicamente sulla piattaforma che l’ha reso una star, il mood della giornata.

Tra un rovesciamento e l’altro, il polipo arriva a sostituire la comunicazione verbale, in modo efficace e intuitivo. Quante volte capita di non saper esprimere quello che si prova in un determinato momento? Di sentirsi tristi, o al contrario di buonumore, senza un motivo specifico? Allo stesso tempo però col desiderio di avvertire chi ci circonda, virtualmente o fisicamente, per giustificare in anticipo determinati atteggiamenti o per incentivare l’altra persona a comportarsi di conseguenza. Si può infatti considerare un nudge, una spinta gentile, come afferma Thaler. Pungola gli individui ad agire modificandone l’atteggiamento in base alle nostre necessità.

Ma può veramente sostituire la parola? La comunicazione verbale è alla base della nostra quotidianità. Il dialogo permette la comprensione, almeno apparente, tra individui. Porta all’espressione delle proprie convinzioni, ma è anche uno strumento per crescere e creare legami. Attraverso il linguaggio si costruisce la relazione sociale e ognuno cerca di personalizzare il proprio, con specifiche modalità di comunicazione. E’ tutto più interattivo, veloce, intuitivo, caratteristiche che riflettono com’è diventata la società in cui viviamo, in cui qualsiasi cosa deve essere trasferibile e comunicabile con immediatezza.

Si enfatizza così il bisogno di empatia, quella capacità di porsi in maniera immediata nello stato d’animo dell’altra persona, semplificata sicuramente dal sorriso o dal broncio del polipo, senza troppe parole che ne spieghino il motivo.

Il peluche in questione diventa quindi trend ma anche espressione facilitata di sentimenti, simbolo di un nuovo linguaggio creato ad hoc.

SLN

Heineken campione della Formula 1

Vi siete mai chiesti come mai un colosso della birra quale Heineken sia main sponsor della Formula 1? Apparentemente sembra strana l’associazione alcol – guida a tutta velocità, eppure ragionandoci bene può essere estremamente strategica. Sul podio non troviamo solo i piloti che vincono la gara, ma simbolicamente anche Heineken che entra nella mente dello spettatore durante le due ore complessive e che, concretamente, si ritrova poi anche sul podio con il campione, diventandolo pure il brand stesso.

L’azienda è stata la prima nel settore a promuovere il consumo responsabile anche tramite il packaging, uno dei principali mezzi di veicolazione del messaggio con il logo “Enjoy Heineken Responsibly“. Anche i dipendenti ricoprono un ruolo fondamentale nella promozione del bere in modo responsabile e allo stesso tempo rappresentano, e diffondono, i valori del brand. Tra questi sicuramente il piacere inteso come maggiore gratificazione nella vita di tutti i giorni, il rispetto per tutti gli stakeholders e per l’ambiente, la passione per la qualità e la responsabilità. Stessi valori sono condivisi anche da Formula 1 valorizzando la passione, l’integrità e il rispetto.

La birra diventa la vera protagonista del weekend: da sport per gli appassionati di motori ad intrattenimento per le famiglie, la gara in sé è divertimento puro, accompagnata da fiumi di birra prima nei bar con gli amici, ora sul divano di casa.

In un clima prettamente americano, si vogliono rappresentare le città in festa, con una particolare attenzione per i paesi asiatici, dove esistono elevati margini di crescita sia per lo sport che per il consumo di birra prodotta da multinazionali. Il pubblico caratterizzante quell’area geografica è infatti molto attivo e giovane, incentivando così l’investimento e coltivando un rapporto solido con coloro che sostituiranno in futuro gli appassionati delle corse. Inoltre, gli asiatici tollerano l’alcol meno rispetto agli europei a causa della minore presenza nel fegato dell’enzima che ha il compito di demolire e neutralizzare le molecole di alcol etilico.

Per rimanere coerente con i suoi valori e per sfruttare le potenzialità dei paesi asiatici, Heineken lancia la campagna “when you drive, never drink” in seguito alla partnership globale con la Formula 1 nel 2016, il brand promuove la sua birra “00” che rispecchia, e rispetta, i principi legati al consumo responsabile di alcolici. Risponde così alle esigenze del consumatore che non vuole rinunciare al gusto di una buona birra, senza alcol, permettendo di essere bevuta e gustata anche al volante.

Non viene quindi dimenticato il rapporto guida e alcol, ma anzi viene enfatizzato e promosso in modo responsabile. Ciò grazie inizialmente anche alla collaborazione di Jackie Stewart, leggenda della Formula 1 negli anni ’60 e ’70, campione del mondo e promotore della sicurezza in pista. Riportando quanto spiegato da Publicis, “lo vediamo rinunciare a ogni Heineken® che gli viene offerta. Una scelta che arriva fino ai giorni nostri, quando ormai è lontano dalle corse, ma non dalla sua più grande passione: la guida, diventando messaggio collettivo: quando si guida non si beve”.

Campagna successivamente rinnovata con altri due protagonisti di spicco nel settore: Keke e Nico Rosberg. L’obiettivo è quello di mettere in evidenza come il migliore automobilista rimanga sempre e solo colui che non ha bevuto, non importa quanto ci si senta sicuri.

SLN

Da make-up a fiore

Troppo corta per usarla ancora? Nessun problema, piantala!

Quante volte ci siamo trovati a truccarci temperando fino all’ultimo centimetro la matita per gli occhi e dovendola poi buttare perché ormai inutilizzabile? Così, l’azienda danese Sprout ha deciso di dare una nuova vita ad uno dei prodotti di make-up più gettonato nella trousse degli oggetti must have.

La particolarità di questa nuova matita per occhi è la possibilità di trasformarsi in un fiore. Sì, hai capito bene, dopo il suo utilizzo, piantandola a testa in giù nasceranno dei fiori selvatici. Questo grazie all’idea di inserire dei semi all’estremità della stessa, rendendola 100% sostenibile, soddisfacendo la domanda crescente di prodotti green da parte dei consumatori.

Ma come mai un’innovazione simile viene apportata solo in un prodotto make-up, quale la matita per gli occhi, e non in tutta la linea di matite per il viso, estendendola anche a quelle per sopracciglia e labbra? La motivazione potrebbe essere la necessità di testare in primo luogo il grado di apprezzamento da parte del consumatore, osservandone il riscontro anche a livello di vendite.

La problematica, come in tutto quello che riguarda l’innovazione dal punto di vista della sostenibilità, potrebbe essere quella legata al prezzo: sarebbe disposto il consumatore a spendere qualcosa in più per un prodotto green? La risposta, come la maggior parte delle volte, non è “si” o “no”, ma piuttosto “dipende”. Dipende dal grado di attenzione alle tematiche ambientali ed ecologiste del consumatore finale, e quindi, del suo coinvolgimento personale ed emotivo; dipende dal mark up applicato; dipende dall’investimento in termini di marketing e comunicazione; dipende dal riscontro mediatico più in generale che un’innovazione tale può avere sulle testate giornalistiche, ma anche dall’onda che può essere cavalcata da altre aziende pronte ad apportare modifiche simili ai loro prodotti, diffondendo un nuovo trend grazie anche al coinvolgimento di influencers sui principali social networks.

Parlando proprio di trend, è necessario far diventare un nuovo prodotto lanciato, socialmente desiderabile, contribuendo alla realizzazioni di contenuti di tendenza da mostrare ai followers. Può non interessarti acquistare una matita per gli occhi sostenibile, ma sei sicuro che non ti interessi nemmeno pubblicare la foto o il video di te mentre la pianti, aggiornando i tuoi followers fino a mostrare la nascita dei fiori?

In questo modo il “bersaglio” non sarà più solo il consumatore ecologista, ma anche quello social addicted, incrementando così il taget group. Allo stesso tempo aumenterà notevolmente la desiderabilità del prodotto e la sua conseguente vendita.

Sprout vuole costruire un modo più sostenibile di consumare e produrre partendo proprio da oggetti di uso quotidiano, obiettivo ormai diffuso a livello mondiale da molte aziende.

Tutti pronti ad addobbare il balcone/giardino con “fiori per gli occhi”!

SLN

Corporate Social Responsibility e moda, connubio realizzabile?

In passato il concetto di sostenibilità era presente nel pensiero collettivo unicamente come stato di necessità, ma oggi è ancora così?

Uno degli aspetti che, anche in precedenza, emergeva particolarmente in relazione all’idea di sostenibilità era quello legato al rispetto dell’ambiente. Tematiche quali il riscaldamento globale, lo sfruttamento delle risorse naturali correlato alla scarsità di materie prime, l’inquinamento e molto altro cominciano a farsi strada nella società. Si inizia, quindi, a pensare maggiormente alla sorte del nostro pianeta, che si trasforma da luogo vasto e incontaminato a “casa“. Se precedentemente si percepiva l’intero ecosistema come possibile minaccia a causa delle sue, prima, imprevedibili “alterazioni” naturali, ora lo siamo diventati noi esseri umani. Ad oggi la sostenibilità rappresenta una scelta di vita. Ma essere sostenibili si estende anche all’ambito della salute della persona, quindi dei lavoratori e dei consumatori. Non si è più solo ecologisti, si decide di essere anche responsabili. Il consumatore è diventato più attento con il passare del tempo e anche le aziende devono adeguarsi a queste nuove priorità.

Il tema della sostenibilità si è diffuso in ogni settore, in particolare in quello della moda che, tra l’altro, risulta essere uno dei più inquinanti. Inoltre, le sempre più numerose associazioni ambientaliste ed ecologiste hanno iniziato ad imporre con forza e determinazione il loro credo, condannando molteplici brand. Nasce perciò per le aziende, in particolare per coloro che detengono un ruolo di spicco, il bisogno di eccellere non più unicamente nella realizzazione di prodotti o servizi ai più desiderabili, ma anche nella trasparenza. Devono impegnarsi concretamente e comunicarlo ai loro stakeholders continuamente, seguendo percorsi etici e sostenibili, senza limitarsi a quello che viene ormai comunemente definito “green washing“, ovvero l’attenzione esclusivamente superficiale alla sostenibilità con l’unico scopo reputazionale verso i consumatori.

Sicuramente, però, è fine a se stessa la realizzazione e l’impegno aziendale verso pratiche a basso impatto ambientale se poi il consumatore non è pronto a premiare l’azienda e le sue proposte green nel momento dell’acquisto del prodotto o servizio.

L’attenzione nella scelta si manifesta già nel momento di selezione dei fornitori; all’impegno nel rispetto degli animali e del territorio, senza danneggiare la biodiversità ma anzi tutelandola; riducendo l’emissione di sostanze nocive per l’ambiente e promuovendo la valorizzazione della natura nella sua totalità. Una scelta vincente per le aziende può essere quella di ascoltare e capire i bisogni degli stakeholders, mettere in atto azioni che ne permettano il soddisfacimento ed in fine condividere con loro i risultati ottenuti. Le aziende che non includeranno la sostenibilità nel loro operato e nella loro comunicazione, verranno automaticamente tagliate fuori dal mercato perché non saranno in grado di soddisfare le esigenze dei consumatori e del cambiamento in atto.

La Sustainable Apparel Coalition (SAC), è l’alleanza leader dell’industria dell’abbigliamento, delle calzature e del tessile con lo scopo di ridurre l’impatto sociale ed ambientale nella produzione. Sono più di 250 i brand a livello globale che collaborano per creare cambiamenti significativi.

Inizialmente si pensava che moda e sostenibilità non potessero avere un punto di incontro, ma che proseguissero ognuna per la propria strada come due rette parallele. Al consumatore bastava avere un capo esclusivo che ne incrementasse lo status e non importava la tutela dei lavoratori, il rispetto dell’ambiente e così via. Oggi invece non è più così, l’impegno dei noti brand di lusso, e non, è sempre maggiore, di pari passo con la domanda. Ma questo grazie anche al grande e sentito coinvolgimento di attori, influencers, celebrità di ogni tipo che, quotidianamente, si impegnano in campagne sociali ed ecologiste volte ad avvalorare, con una diffusione mediatica esponenziale, l’importanza di queste cause.

L’obiettivo è fare sempre di più, con meno.

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Montblanc: quando il lusso incontra la scrittura

“Gli articoli pregiati rendono una vita straordinaria ancora più eccezionale”

Montblanc

Icona senza tempo, Montblanc è leader nella produzione di strumenti da scrittura. Coinvolto nella promozione della cultura, dell’arte e nella sostenibilità, il noto brand accompagna le persone a lasciare il loro segno nel mondo.

Qualità, status conferito, unicità, ostentazione della ricchezza, creatività sono tra le espressioni più diffuse e utili, anche a livello semantico, per comprendere la motivazione secondo la quale si opta per un brand di lusso.

Gli acquisti si possono dividere in ostentativi ed edonistici; i primi, grazie all’aurea che circonda i beni di lusso, permettono al consumatore di trasformare l’investimento economico in quel brand in un conferimento di elevazione sociale, associandosi ad un prodotto intramontabile che permette l’auto distinzione e l’affermazione di se stessi, manifestando indirettamente la propria ricchezza (Effetto Veblen). L’effetto snob, invece, evidenzia il desiderio da parte del consumatore di essere possessore di unicità trasmigrata in uno specifico prodotto. Questo concetto di rarità è strettamente collegato al ciclo di vita del prodotto, identificando così i “top spender” in early adopter: i primi ad acquistare il prodotto innovativo e, allo stesso tempo, i primi ad abbandonarlo quando lo stesso raggiunge un certo grado di diffusione.

Considerando invece gli acquisti come edonistici, se ne evidenzia soprattutto la componente legata al piacere. Viene considerato, quindi, come una ricompensa personale per gli obiettivi raggiunti quotidianamente.

“La vita di oggi va sempre più veloce e per questo è fondamentale potere avere a disposizione prodotti creati appositamente per resistere al passare del tempo”

Montblanc

Un punto di forza del brand Montblanc non è solo la realizzazione di prodotti con materie prime di alta qualità, ma anche, e soprattutto, la creazione di esperienze. Come si può raggiungere questo obiettivo? Nel settore del lusso, alcuni trend sono e stanno tutt’ora emergendo in questa direzione, come: gaming, diffusione di nuovi social media, smart shopping e un nuovo approccio dal punto di vista della sostenibilità.

Se il gaming prevede un’immersione virtuale del consumatore e del brand stesso, collaborando con videogiochi online e facendo indossare, o usare, al personaggio i prodotti di lusso del marchio, l’evoluzione dei social media permette una maggiore interazione virtuale a 360°. Estendere la presenza del brand sui diversi social è segno di attenzione nei confronti del consumatore, permettendone una fruizione più agile. Questo permetterebbe anche di sostituire, in parte, l’esperienza fisica “in store” non più facilmente accessibile a seguito dell’emergenza sanitaria, con la possibilità di sperimentare “sulla propria pelle” le qualità fisiche del prodotto, tramite l’utilizzo della realtà aumentata.

Allargando i loro orizzonti nel mondo digitale, i vari brand, tramite la tecnologia, influenzano le esperienze sensoriali che, a loro volta, indirizzano i comportamenti umani. Nel mondo del lusso la realtà aumentata trova applicazione in tutti quei settori in cui il valore dell’esperienza supera quello del prodotto stesso.

Trend di sempre maggiore rilievo è anche la Corporate Social Responsibility (responsabilità sociale d’impresa), legata al contributo sociale, ambientale ed economico delle aziende. Montblanc partecipa attivamente, in quanto sostiene da oltre cento anni l’esaltazione dei valori tradizionali attraverso l’eccellenza artigianale. Mostra inoltre un impegno costante nei confronti dei propri dipendenti e della società nel suo insieme e, affondando le sue radici nella cultura della scrittura, promuove le arti nelle loro varie forme, tramite progetti realizzati dalla Montblanc Cultural Foundation.

Come riportato nel sito web, l’azienda ha avviato, in collaborazione con l’UNICEF una campagna per promuovere l’educazione scolastica, cercando di combattere l’analfabetismo a livello mondiale.

Dietro ad un prodotto di lusso, c’è sempre più di quanto si possa vedere.

SLN

Gadget: biro brandizzate, perché funzionano (ancora)?

Il marketing e la comunicazione hanno assunto un ruolo sempre più rilevante all’interno del contesto, altamente competitivo, aziendale. Uno degli obiettivi principali è sicuramente far aumentare la Brand Awareness.

Ma cosa significa in concreto? Identificare il grado di conoscenza della marca da parte del pubblico. Ma non un pubblico qualsiasi, bensì il target group, letteralmente il bersaglio. Spiegato meglio, è il gruppo di consumatori accomunati da caratteristiche simili al quale l’impresa si rivolge con una strategia ben precisa. L’obiettivo consiste quindi nel far sì che venga ricordata la marca in modo spontaneo, senza bisogno di stimoli verbali o visivi, oppure per mezzo di un “ricordo aiutato”. Senza alcun dubbio si può affermare che sia uno dei principali indicatori del successo aziendale.

Seguendo questa logica, i gadget aziendali, come le biro con il logo, hanno assunto un ruolo sempre più d’impatto. Chi non ne ha in casa nemmeno una? Azzardo una risposta drastica: nessuno. I gadget sono oggetti estremamente semplici ed economici, ma d’impatto. Se ne vedono di tutti i tipi, dalle classiche biro, al tanto gettonato e di tendenza gel igienizzante per le mani brandizzato, a quelli più stravaganti e ricercati nella realizzazione.

Come mai sono, ancora, così efficaci i gadget? Li rende vincenti il fatto che il loro valore comunicativo non si esaurisca prettamente durante l’occasione (solitamente un evento) in cui vengono consegnati, ma conservano la loro efficacia a lungo. Sei in casa o in ufficio, devi appuntarti qualcosa su un pezzo di carta, la prima cosa che fai è prendere una delle tante biro brandizzate che hai nel porta penne. E mentre la usi ripensi anche all’azienda stessa vedendo il logo, o ricordandoti il momento in cui te l’hanno regalata. Un altro punto di forza è proprio quest’ultimo: la parola GRATIS che trasforma magicamente tutte quelle cose che normalmente considereremmo inutili in un oggetto imperdibile.

Un gadget quindi continua ad essere un ritorno sull’investimento che è stato fatto per la sua produzione, costante nel tempo. E questa biro non si ferma lì dove l’hai messa dopo l’evento, passa di mano in mano continuando ad aumentare la Brand Awareness di quel Brand.

Mai dimenticarsi però un punto fondamentale nella scelta del gadget da utilizzare per la propria campagna comunicativa: deve essere in linea con i valori dell’azienda. Un’azienda che si impegna nella sostenibilità sceglierà un gadget strettamente collegato a questa tematica, magari una borraccia, ispirandosi a logiche green.

Un gadget quindi costituisce lo strumento necessario per tenere viva l’attenzione del consumatore, portandolo, insieme a tutte le altre tattiche utilizzate durante la campagna comunicativa, a preferire quell’azienda rispetto ai competitors.

Il fatto che esistano biro personalizzate ed economiche, però, non deve far pensare che valga il concetto del “va bene tutto basta che scriva”. Anzi! Anche un oggetto così semplice può rispondere a specifiche esigenze stabilite a priori. Si può puntare su una biro in legno ecologica, una a sfera classica e funzionale, una più elegante, colorata o no, con forme particolari o dritta, che abbia anche altre funzionalità incorporate e così via.

Ricorda però, non è mai solo una biro!

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Volgarizzazione del marchio: che fine faranno le BIC?

Con lo sviluppo irrefrenabile e quasi incontrollabile della tecnologia che ha caratterizzato gli ultimi vent’anni, anche il modo di approcciarsi alla scrittura ha subito cambiamenti rilevanti. Ma ciò che ha dato una spinta ancora maggiore verso una nuova quotidianità fatta di frenetici ticchettii sulla tastiera di un computer, abbandonando una volta per tutte (o forse no) carta e penna, è stato il COVID-19.

La Pandemia ha eliminato quelle piccole, ma resistenti, abitudini fatte di compiti su un quaderno alle elementari e di appunti da farsi venire i crampi alla mano all’università. La necessità di essere costantemente connessi a internet per colmare quell’assenza fisica che caratterizzava la nostra quotidianità ci ha portati a vivere in simbiosi con smartphone, computer e tablet, senza più distinzioni di età. Si spazia dalla nonna ottantenne che ti manda su WhatsApp la lista della spesa, al bambino delle elementari che scrive il dettato con il pennino touch sul tablet.

Ma allora le BIC dove sono finite? Probabilmente nell’astuccio, con l’inchiostro ormai secco.

Le BIC stavano (sì, ho usato l’imperfetto) alle biro come la Nutella sta alla crema spalmabile di cioccolato, è tutta questione di “significati”. Nella denominazione di categorie di prodotto, o più nello specifico di oggetti, spesso si sostituisce il nome effettivo con quello di un Brand. Quel determinato nome diventa quindi una parola di uso comune, un po’ per la forte notorietà del brand che rende difficile il ricordo delle marche concorrenti, un po’ per le emozioni suscitate tramite la condivisione di valori azienda-consumatore finale, arrivando così alla “volgarizzazione del marchio” intesa come fenomeno sociale. Esempi eclatanti sono: Nutella per la crema spalmabile di cioccolato, Borotalco per identificare qualsiasi prodotto a base di talco e acido borico, Moka per le caffettiere di alluminio o acciaio, Mocio per indicare una scopa con setole in tessuto per pulire i pavimenti, e così via fino ad arrivare alle BIC, conosciute a livello mondiale per indicare le penne a sfera.

E proprio questo oggetto iconico, che ha riempito e colorato le pagine di miliardi di quaderni in tutto il mondo, partendo dalla Francia nel 1950 dove prese il nome dal suo ideatore Marcel Bich – la “h” finale fu tolta per evitare una scorretta pronuncia in inglese – per diffondersi poi prima in Europa, in seguito negli Stati Uniti e infine in tutto il mondo, diventando la biro più venduta a livello globale, oggi sembra essere messo da parte per la prima volta, prediligendo una forma di scrittura virtuale che non si scarica mai.

Come hanno influito quindi la tastiera, il pennino touch o lo schermo di uno smartphone sulla capacità di apprendimento? Ha velocizzato il processo di scrittura, ha permesso una più veloce trasmissione di contenuti permettendo una correzione degli stessi in tempo reale, i pensieri si possono copiare, tagliare, spostare incollandoli da altre parti, estendere maggiormente dopo una seconda lettura senza dover usare quantità indefinite di bianchetto, ha ridotto lo spreco di carta e plastica diventando una scelta più sostenibile ed ecologica a livello di impatto ambientale, ma è davvero tutto un pregio?

Numerosi sono i benefici della scrittura così detta “a mano”:

  1. Stimola l’area del cervello responsabile dell’apprendimento, il sistema di attivazione reticolare.
  2. Evita il rischio di distrarsi, lasciandoti immerso nei tuoi pensieri in compagnia solo di foglio e penna (o meglio, BIC!) senza le continue notifiche sullo schermo.
  3. Migliora la funzione cognitiva, in quanto la scrittura a mano coinvolge le capacità motorie e migliora la memoria.
  4. Ha benefici simili alla meditazione.
  5. Rallenta in modo positivo il processo di pensiero, promuovendo la consapevolezza e migliorando la creatività.
  6. Coinvolge entrambi gli emisferi cerebrali, in quanto è più impegnativo ed esigente rispetto che digitare su una tastiera.
  7. Può essere considerata una variante della traduzione di idee in un disegno. Una rappresentazione visiva fatta a mano può aiutare a comprendere meglio il significato delle cose.
  8. Più corretta a livello grammaticale, infatti quando componiamo a mano facciamo molta più attenzione e siamo più scrupolosi.

Quindi è forse ora di riprendere in mano la BIC?

SLN